Quando don Ciotti scosse gli accademici – di Alessia Rovina

 

Il 23 novembre 2018 don Luigi Ciotti è stato insignito della Laurea magistrale ad honorem in Psicologia dell’intervento clinico e sociale presso l’Università di Parma, con la lectio doctoralis “L’intervento sociale come etica della responsabilità”.

Una nostra volontaria della bottega di Viadana, Alessia Rovina, ha assistito alla cerimonia e ce la racconta qui con le sue parole:

 

Raggi di Sole in una giornata di pioggia

Quando Don Ciotti scosse gli accademici

di Alessia Rovina

 

Ciò che voglio raccontarvi è il ricordo di una delle esperienze più significative della mia giovane vita: quando, dopo una serie di fortunati eventi, partecipai al conferimento della laurea ad honorem a Don Luigi Ciotti da parte del mio Ateneo, l’Università degli studi di Parma, che lo rese Dottore in “psicologia dell’intervento clinico e sociale”.

Prima però, è necessario spendere per me due parole sulla valenza anticipatoria che questo incontro aveva. Da circa un anno sono volontaria della cooperativa Nonsolonoi nella Bottega di Viadana, da sempre vista ma mai conosciuta. Le mie conoscenze infatti si limitavano al logo amaranto di Altromercato, al sapore unico di quella cioccolata che accompagnava le mie mattine alle elementari e ai ceci di Libera.

Libera… Sapevo molte cose su questa magnifica associazione, ed in parte fu proprio lei a farmi entrare nel mondo del fair trade: i campi estivi che raccoglievano giovani entusiasti e coraggiosi da tutti gli angoli d’Italia, l’impegno per la memoria delle vittime di mafia, e il coraggio di questo pazzo prete che, in un giorno del mio quinto anno di Liceo, in seguito ad un suo discorso fattoci ascoltare dal professore di Filosofia mi fece capire che la mia strada sarebbe stata sicuramente il coraggio, e non la vigliaccheria. L’urlo, e non il silenzio. La coscienza, e non l’omertà. Valori che non si devono per forza traslare nei quartieri di Scampia: basta guardarsi attorno e vedere ingiustizia, disparità, povertà e solitudine disarmante anche nei nostri bei paesini di campagna, in cui il ritornello è “non succede mai niente!”, e poi ti ritrovi improvvisamente a fare i conti con il Municipio commissariato per un anno perché si viene a scoprire una massiccia infiltrazione mafiosa nella giunta comunale. Come dice un gran sacerdote, Don Rosini, “non occorre andare in capo al mondo per salvare qualcuno, basta guardare al nostro fratello”.

Ebbene, Don Ciotti per me sostanzialmente significò un radicale cambiamento, uno spartiacque tra una vita contemplata ed una vita vissuta, spesa nel servizio attivo per gli altri, una vita di impegno e cultura.

Basterebbe già solo questo fiume emotivo per descrivere le sensazioni che mi attorcigliavano lo stomaco, quando arrivava il momento della sua solenne entrata nell’Aula Magna dell’Università, una sala affrescata alla maniera settecentesca, ricolma di professori e prorettori tutti fasciati in maestose pellicce candide e vesti color rosso intenso. Un contrasto estremo con questo signore alto e un poco rude, abituato a maniere veraci e semplici, estraneo al formalismo, e proprio per questo al centro di un epico incontro tra una scuola, un’istituzione secolare tutta nostra che sta subendo la peggiore svalutazione di sempre, e un messaggio di speranza attiva e coraggiosa che non teme di far sentire la propria voce.

Decine di parole sono state spese dai professori scelti per la commissione di Laurea: è stata raccontata tutta l’esistenza di Don Ciotti, sono state enumerate le sue iniziative sempre fuori dalla contemporaneità, sempre un passo – o anche due – in avanti rispetto a ciò che la società viveva. In un’epoca di terrore e contrasto come gli anni ’70, in cui la folla gridava alla violenza, Don Ciotti era il primo nella storia italiana ad istituire centri di recupero di ogni sorta, teorizzando prima e realizzando poi i primi istituti alternativi al carcere, basandosi su un solo grande dogma: gli esseri umani sono miei fratelli, è mio dovere usare misericordia verso di loro, e cercare di riportare ogni pecora del gregge sulla retta strada. Imprese che io sinceramente non conoscevo, e che mi hanno profondamente interrogata: in un mondo come quello che ci ritroviamo a vivere oggi, in cui i social quotidianamente sono infiammati da commenti del tipo “fai un favore e muori”, “ma ammazzate questa gente”, “uccidete questi schifosi”, quale rivoluzione sarebbe, poter non solo urlare all’aiuto, ma impegnarsi attivamente per far sì che chi ha sbagliato possa sperimentare la fratellanza, non necessariamente rinchiuso per tutta la vita a guardare il mondo attraverso una grata?

Il momento in cui Don Ciotti prende la parola è meravigliosamente grottesco: il classico maglioncino nero sotto ad una veste rossa enorme, ed il tocco che non ne vuole sapere di star fermo sulla sua testa. Anche in questo, anche nel suo sdrammatizzare, si capisce che non è una casualità la sua presenza, la sua laurea ad honorem. È un segno, seppur forse ancora labile, che una parte importante della popolazione sta cambiando, sta provando tenacemente a cambiare. Ed è questo ciò a cui lui incentiva durante tutta la sua lectio doctoralis: egli è fermamente convinto che stiamo vivendo un’”emorragia di umanità”, una ferita profonda lacera il nostro tempo, e come migliaia di piastrine abbandonano il corpo, sempre più individui stanno abbandonando il campo dell’umano, per dirigersi senza scrupoli verso l’area dell’odio facile, dell’individualismo, del comando, del disprezzo più radicale. Questo, nel contesto italiano e mondiale, si sta vendendo sempre più nitidamente: basti pensare al caso dell’immigrazione, alla nuova politica, ai referendum popolari che pongono fine ad istituzioni meravigliose come l’Europa senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. La maniera in cui poi viene affrontata l’immigrazione, lo scaricare su questa gente, sui bambini, e basterebbe dire solo questo, sui bambini, l’astio più nauseabondo di una popolazione frustrata e contorta, è sintomatica della profonda deriva che il mondo sta imboccando. Mi risuonano nella mente quelle parole di Terenzio, pronunciate nei teatri lungo i secoli: “homo sum, humani nihil a me alienum puto”. Tutto ciò che è umano mi riguarda. L’avevano già capito.

Come posso ritenere estraneo alla mia esistenza il morire in mare di migliaia di persone al giorno?”: Don Ciotti si infervora, si scalda e con una dialettica potentissima scuote sulle pregiate sedute di cuoio i politici della provincia, gli uomini delle istituzioni, le forze dell’ordine.

Ma, al disprezzo verso gli esseri umani, Don Ciotti, sul finire della sua lectio, aggiunge un altro tipo di odio, sempre molto più taciuto, che nemmeno i recentissimi studi e allarmi hanno fatto trapelare appieno: l’odio per il Creato. Il disprezzare ed il maltrattare sdegnosamente il nostro pianeta, simbolo millenario di grande casa di cui avere cura. E se noi non abbiamo cura nemmeno della nostra casa? Governi insospettabili che speculano sul decadimento della flora mondiale, disboscamenti rabbiosi in nome del procedere della macchina del progresso, ma, se ci pensiamo… Quale progresso? Oggi più che mai siamo retrocessi dal punto di vista affettivo e dell’aspettativa di vita, in un’aria che sempre più ci soffoca, e ci opprime. Anche questo è un nostro dovere: avere cura profonda di ciò che Dio ci ha donato, non dimenticando che saremo noi responsabili di ciò che accadrà, noi. E nessun altro.

Don Ciotti ha così concluso il proprio intervento magistrale, riempiendo il cuore di tutti di una strana sensazione di speranza, come… Come il pensiero di riuscire a cambiare il mondo, partendo dalle piccole cose, partendo dalla fraternità, partendo dal nostro più prossimo.

Sono stata onoratissima di essere tra i più giovani presenti, perché per me ha significato essere portatrice di un messaggio molto importante tra i miei coetanei, da poter diffondere senza timore… Perché quando si agisce con il cuore, non c’è nulla che possa essere sbagliato.