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COOPERATIVA NONSOLONOI
CON IL
PATROCINIO DEL COMUNE DI CREMONA
Dal mondo mercato alla globalizzazione smitizzata:
verso un mondo più giusto
Incontro pubblico
lunedì 13 settembre 1999 ore 21.00
CREMONA - Palazzo Comunale (Salone Quadri)
Interventi :
il sindaco Dott. Paolo Bodini e
l'assessore alal cultura Paolo Paroni
Aderisce all'iniziativa il Coord. Provinciale Pae e Diritti Umani
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RELAZIONE
"L'anno scorso eravamo sull'orlo del baratro; quest'anno abbiamo
fatto un gran passo in avanti".
Questo sproposito, detto da un ministro algerino qualche anno fa, rivela
in pieno lo spirito dell'epoca.
La fede nel progresso ci coinvolge al punto da farci diventare inconcepibile
il non andare avanti. Così ci ritroviamo a bordo di un bolide,
che non ha retromarcia, né freni, né conducente. Non occorre
essere profeti per prevedere il futuro di questa “megamacchina”.
Essa può solo fracassarsi contro un muro o sprofondare in un precipizio.
Le mucche pazze (e ormai le api pazze), le modificazioni genetiche e altri
cloni, ma anche le galline alla diossina, e le gallerie letali (come quella
sotto il Monte Bianco) ecc., non sono altro che i primi segni della grande
implosione. La mondializzazione partecipa pienamente alla natura di questo
processo.
La mondializzazione o globalizzazione, come dicono gli anglosassoni, è
un concetto alla moda, imposto dalle recenti evoluzioni. Fa parte dello
spirito del tempo. In pochi anni, se non in pochi mesi, tutti i problemi
sono divenuti globali: la finanza e gli scambi economici anzitutto, ma
anche l'ambiente, la tecnica, la comunicazione, la pubblicità,
la cultura e persino la politica. Soprattutto negli Stati Uniti, l'aggettivo
globale è stato all'improvviso affibbiato a tutti questi settori.
Si parla di inquinamenti globali, della televisione globale, della globalizzazione
dello spazio politico, della società civile globale, del governo
globale del tecnoglobalismo, ecc.
Non c'è dubbio che il fenomeno nascosto dietro tali parole non
è così nuovo come si vuol far credere. Alcune voci profetiche,
come quella di Marshall Mc Luhan, annunciavano già da diversi decenni
l'avvento di u n “villaggio planetario” (globale village).
Alcuni specialisti hanno parlato di occidentalizzazione, di uniformazione
o di modernizzazione del mondo e gli storici ne hanno scoperto tutti i
sintomi dentro evoluzioni di lunga durata. Ma che cosa c’è
di nuovo?
La mondializzazione, sotto l'apparenza di una constatazione neutra del
fenomeno, è anche, invece, uno slogan che incita e orienta ad agire
in vista di una trasformazione auspicabile per tutti. Il termine, che
non è affatto "innocente", lascia anzi intendere che
ci si trova di fronte ad un processo anonimo e universale benefico per
l'umanità e non invece che si è trascinati in una impresa,
auspicata da certe persone, per i loro interessi, impresa che presenta
rischi enormi e pericoli considerevoli per tutti.
Come il capitale al quale è intimamente legata, la mondializzazione
è in realtà un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento
nella scala planetaria.
Dietro l'anonimato del processo, ci sono dei beneficiari e delle vittime,
i padroni e gli schiavi.
I principali rappresentanti della “megamacchina” senza volto
si chiamano G7, Club de Paris, complesso FMI/Banca Mondiale/OMC, l'OCSE
la Camera di Commercio Internazionale, forum di Davos, ma vi sono anche
delle istituzioni meno note, dalle sigle esoteriche, ma di enorme influenza:
il Comitato di Bali per la supervisione bancaria e l'IOSCO (International
Organisation of Securities Commissions), che è l'organizzazione
internazionale delle Commissioni nazionali emettitrici di titoli obbligatori,
l'ISMA (International Securities Market Association), che ha un noto equivalente
per i titoli obbligatori, l'ISO (Industrial Standard Organisation), che
ha l'incarico di definire gli standard industriali.
Infine, non si possono trascurare le grandi imprese, i grandi uffici di
consulenza, i grandi studi legali e le fondazioni private. Società
come Price e Watherhouse, Peat Marwick, Ernst e Yung o Arthur Andersen
sono protagoniste essenziali della mondializzazione, anche se a prima
vista il loro ruolo, come la certificazione della contabilità delle
imprese, può apparire puramente tecnico.
É del tutto evidente che, lasciando credere che il fenomeno, buono
o cattivo, sia incontrastabile, ci si rende complici del fatto che accada.
Una volta compreso quello che si nasconde dietro la sua manifestazione,
non vi è alcun motivo di ritenere che il fenomeno sia irresistibile
e inarginabile.
La mondializzazione non è positiva per tutto il mondo ed è
pienamente possibile concepire un altro destino.
Bisogna dunque tentare di analizzarne le conseguenze, ? la mercificazione
- e di vedere come far fronte ai pericoli del mercato mondiale.
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I L'economicizzazione del mondo
Il fenomeno che è stato definito una “nuova mondializzazione”
(la quarta secondo la nostra periodicizzazione) comprende, infatti, quattro
fenomeni legati tra di loro:
- la transnazionalizzazione delle imprese e delle società;
- l'affievolimento dei controlli statali all'Ovest;
- il crollo della pianificazione all'Est;
- il dominio della finanza sull'economia.
L'insieme intercollegato della mondializzazione del commercio, della
mondializzazione della finanza e della mondializzazione dell'industria
provoca la formazione di piazze offshore (deterritorializzate). Un sistema
economico universale, totalmente sradicato, senza legami privilegiati
con un luogo particolare, ma che mette antenne ovunque, è già
più o meno in atto.
La mondializzazione dell'economia, tuttavia, non si realizza pienamente
se non con il raggiungimento del fenomeno speculare, l'economicizzazione
del mondo, cioè la trasformazione di tutti gli aspetti della vita
in questioni economiche, se non addirittura in mercanzie. Nella sua forma
più significativa, essendo economica, la mondializzazione è
di fatto tecnologica e culturale, e comprende pienamente la totalità
della vita del pianeta. La politica, in particolare, si trova completamente
assorbita dall'economia. La globalizzazione, che la si consideri auspicabile
o meno, è tutt'altra cosa dell'estensione a tutte le persone dei
valori universali di emancipazione espressi dal illuminismo, dai Lumieres
(pensatori del secolo dei lumi). Si considera, invece, come già
vinta la scommessa che la democrazia, i diritti dell'uomo, la fratellanza
planetaria seguiranno la scia tracciata dal mercato mentre, un poco di
più ogni giorno, l'esperienza ci dimostra il contrario.
L'universalizzazione del mercato non costituisce una novità se
non per l'ampliamento del suo spazio. Si avanza così verso la commercializzazione
integrale.
L'economicizzazione del mondo si manifesta nel cambiamento delle mentalità
e negli effetti pratici. Nell'immaginario, è il trionfo del pensiero
unico; nella vita quotidiana, è l'omnicommercializzazione o l’omnimercificazione.
1) Il trionfo del pensiero unico.
L'espressione “pensiero unico” è una metafora piuttosto
felice per definire il regno quasi incontrastato di una concezione del
mondo fondata sul liberismo economico più stretto.
Già da qualche tempo, si parlava di “mondo unico” (one
world, un solo mondo). “Non è il pensiero che è unico,
ma è la realtà che è unica”, dichiarava in
un dibattito il tecnocrate liberale Alain Minc, che, nella sua recente
opera, La mondialisation heureuse (La mondializzazione felice), si è
autoproclamato “arcivescovo del pensiero unico”. Il pensiero
unico è, infatti, il pensiero di un mondo unificato, di una umanità
senz'altra prospettiva che l'apoteosi del mercato.
La fine delle illusioni del socialismo reale ha segnato la fine delle
concezioni di un mondo in sé diverso. L'economicismo e l'utilitarismo
regnavano praticamente incontrastati a Est come a Ovest, da Nord a Sud,
ma non lo si vedeva e non lo si voleva vedere. Le varianti nelle forme
si radicavano in sopravvivenze politiche e culturali incontestabili e
in meticciati intellettuali equivoci.
Il trionfo della società di mercato ha fatto svanire le velleità
di pluralismo. Si impongono sempre più il vangelo della competitività,
l'integralismo ultraliberista e il dogma dell'armonia naturale degli interessi.
E ciò a dispetto dell'orrore planetario generato dalla guerra economica
mondiale e dal saccheggio spudorato della natura. Il fondamentalismo economico,
già integralmente presente in Adam Smith, si impone quindi senza
rivali, perché corrisponde allo spirito del tempo, che abita l'uomo
unidimensionale.
Questa vera controrivoluzione culturale ha sorpreso solo i suoi avversari,
in particolare una sinistra social?democratica e marxista europea, sopita
dall'idea consolante che il capitalismo selvaggio e cosmopolita era stato
messo nel ripostiglio degli accessori. Gli spiriti progressisti si sentono
ormai tacciati di arcaismo, con l'astuzia e l'ironia della storia, dai
giovani lupi di un liberismo puro e duro, che ci riportano allegramente
indietro di cent'anni, ai bei vecchi tempi dello sfruttamento sanguinario
del XIX secolo, e tutto ciò, per di più, nel nome della
marcia ineluttabile dell'umanità verso una maggiore libertà
e una maggiore unità.
“Resistere alla globalizzazione, proporre il nazionalismo economico,
significa condannare una società ad arretrare verso una sorta di
preistoria”, dichiara Mario Vargas Llosa, ammiratore della Tatcher
e il cantore prestigioso di questa progressione ambigua.
Lo spettro che ossessiona ormai il mondo non e più il comunismo
del 1848 bensì il liberalismo del 1776.
Questa restaurazione, che ha sorpreso gli ambienti europei avanzati, è
stata preparata da lungo tempo nei dipartimenti di economia delle Università
americane. A Chicago, soprattutto attorno ai vecchi Milton Friedman e
Gary Becker, i vinti dalle teorie di Keynes hanno sapientemente tramato
una clamorosa rivincita, moltiplicando le invocazioni ai “manifesti”
di Ludwig von Mises, di Friederich Hayek e di Karl Popper. Specialmente
Hayek con la società del Monte Pellegrino negli Stati Uniti, e
l'Università Saint Andrew e la “Società Adam Smith”
in Inghilterra hanno avuto un ruolo speciale, aiutate qualche volta dalla
C.I.A...
Progressivamente hanno popolato con le loro creature i consigli economici
dei presidenti degli Stati Uniti, gli staffs della Banca mondiale e del
Fondo monetario internazionale. Essi hanno sfornato esperti nel terzo
mondo e nell'ex secondo mondo, dal Cile di Pinochet alla Russia di Boris
Eltsin.
Progressivamente sono riusciti a colonizzare quasi tutte le facoltà
di economia del pianeta (e, naturalmente, anche le Business School...),
a intrecciare rapporti di complicità persino all'interno delle
équipe governative o di opposizione social?democratiche, se non
addirittura negli ultimi fossili del comunismo. Infine, (chi l'avrebbe
mai detto?) ricevendo un rinforzo, tanto potente quanto inatteso, dalle
sette protestanti pentecostali o neopentecostali che proliferano nell'Africa
nera e nell'America Latina, sono riusciti a sedurre persino una parte
importante delle opinioni di un Terzo Mondo che sembrava definitivamente
votato a differenti forme di anticapitalismo e di anti?imperialismo.
Per inciso, questi risuscitati del liberalismo sono riusciti a convertire
qualche importante figura di grande intellettuale deluso dal populismo
e, giustamente, assai scoraggiato dai pasticci del socialismo reale, come
Mario Vargas Llosa. Perso il senso critico e la meravigliosa acutezza
del suo sguardo, questo neofita dichiara: “La generale internazionalizzazione
della vita è, forse, quanto di meglio è accaduto al mondo
fino a oggi”.
Non v'è dubbio che la dilagante reazione non sarebbe stata possibile
senza la crescita del potere dei “nuovi padroni del mondo”,
le società transnazionali, per le quali la concorrenza (e ancora
di più il mito della concorrenza che la realtà) e il mercato
mondiale costituiscono un modo abile per imporre la loro legge di monopolio.
2) L'omnimercantilizzazione
Tuttavia, la mondializzazione senza precedenti dei mercati non ha ancora
realizzato il mercato integrale. Si designa così il grande meccanismo
autoregolatore che prende a carico la totalità del legame sociale,
dalla nascita alla morte, degli atomi individui.
Secondo gli economisti ultraliberali: “Tutto ciò che è
oggetto di desiderio umano è candidato allo scambio. In altre parole,
la teoria economica, in quanto tale, non fissa alcun limite all'impero
del mercato”.
La mercantilizzazione deve quindi penetrare tutti gli angoli della vita
e del pianeta. Il trionfo della libertà, della libera intesa degli
individui, obbedendo al loro calcolo di ottimizzazione, trasformando ogni
individuo in imprenditore e in mercante, sta per diventare la legge, l'unica
legge di un anarcocapitalismo (termine adottato da alcuni ideologi per
designare il sogno di un'economia senza stato) totale e ideale.
“La scienza economica ? dichiara il premio Nobel dell'economia Garry
Becker ? entra nella terza età. In un primo tempo, si riteneva
che l'economia si limitasse allo studio dei meccanismi di produzione di
beni materiali e non andasse oltre (teoria tradizionale dei mercati).
In un secondo momento, l'ambito della teoria economica è stata
estesa agli insiemi dei fenomeni mercantili, cioè che danno luogo
a rapporti di scambio monetario. Oggi, il campo dell'analisi economica
si estende all'insieme dei comportamenti umani e delle decisioni a esse
associate. (É ciò che si chiama) l'economia generalizzata”.
La fede nell'autoregolazione del mercato porta logicamente a volere sostituire
con il mercato qualsiasi altro meccanismo di regolazione, sia essa statale,
familiare, etica, religiosa o culturale. Lo scambio commerciale transnazionale
diventa così l'unica base del legame sociale e l’Uruguay
round assume, quindi, tutt'altro significato. Si tratta, infatti, di una
tappa importante nel processo di omnimercantilizzazione del mondo.
La globalizzazione designa anche questa inaudita avanzata nella omnimercantilizzazione
del mondo.
A Manhattan, nei bar rumorosi dove urlano i Juke?box, il silenzio si può
comprare con un dollaro per tre minuti, il tempo di un disco senza musica.
A Tokyo si può affittare un gatto o un cane per il weekend. Perché
no un bambino? Nei crocevia più inquinate di Mexico?city, si scambia
dell'aria contro denaro, comprando una maschera con ossigeno. L'acquisto
del silenzio, dell'affetto, dell’aria, illustrano la trasformazione
del nostro pianeta in un vastissimo supermercato.
I beni e i servizi, il lavoro, la terra (l'esigenza per gli Stati Uniti
dell’abrogazione dell’articolo 27 della Costituzione del Messico,
sugli ejidos – principio della inalienabilità della terra
- paragonabile all’intervento del Fondo Monetario in Africa che
impone i piani di aggiustamento strutturale ed esige la disarticolazione
della proprietà comunitaria della terra) e, domani, il corpo, gli
organi, il sangue, lo sperma, l'utero in prestito, i geni vegetali, animali,
umani e gli organismi manipolati geneticamente entrano nel circuito commerciale.
Già d'ora, i servizi, la banca, la medicina, il turismo, i mezzi
di comunicazione, l'insegnamento, la giustizia diventano transnazionali.
Ai rappresentanti dei poteri pubblici americani in tutto il mondo, nella
scia delle grandi manovre per il controllo del mercato delle autostrade
dell'informazione, è stato ordinato di prestare manforte ai giganti
dei multimedia, esigendo che i “prodotti” culturali vengano
trattati come mercanzie, “alla stregua delle altre” mercanzie
e le eccezioni culturali come fossero un banale e nocivo protezionismo,
quando l'80% del mercato è già nelle mani delle ditte americane.
Il mercato mondiale attuale, a differenza delle vecchie “piazze
mercato”, luoghi concreti di città e di paesi, dove venivano
scambiate le mercanzie tradizionali, realizza l'interdipendenza di diversi
mercati. Esso mette in comunicazione più o meno stretta i mercati
dei beni, i mercati dei servizi, i produttori e i mercati di capitali.
In altri termini, questa mercantilizzazione del mondo distrugge lo stato?nazione,
svuota il politico della sua sostanza, accumula minacce enormi sull'ambiante,
corrompe l'etica e distrugge le culture.
II Far fronte ai pericoli del mercato mondiale
Che cosa fare di fronte alla mondializzazione, alla mercificazione totale
del mondo e al trionfo planetario del mercato globale? Il divario tra
la vastità del problema da risolvere e la modestia dei rimedi concepibili
a breve termine dipende soprattutto dalla pregnanza delle idee che conservano
il sistema sulle sue basi immaginarie. Bisogna cominciare a vedere le
cose in un altro modo perché possano diventare altre, perché
si possano concepire delle soluzioni veramente originali ed innovatrici.
In altri termini, bisognerebbe decolonizzare i nostri spiriti per cambiare
veramente il mondo prima che il cambiamento del mondo ci condanni a farlo
nel dolore. “Quello di cui c'è bisogno, nota, prima di morire,
il filosofo greco-francese Castoriadis in uno dei suoi ultimi libri, è
una concezione completamente nuova rispetto al passato, una visione del
mondo che metta al centro della vita umana altri significati anziché
l'espansione della produzione e del consumo, che ponga agli esseri umani
obiettivi di vita nuovi, riconoscibili come qualcosa per cui valga la
pena di vivere. (...) Questa è l'immensa difficoltà alla
quale bisogna far fronte. Dovremmo volere una società nella quale
i valori economici hanno smesso di essere centrali (o unici), nella quale
l'economia è rimessa al proprio posto come semplice mezzo della
vita umana e non come meta ultima e nella quale si rinuncia, quindi, a
questa folle corsa al consumo sempre in aumento. Non è necessario
solo per evitare la distruzione definitiva dell'ambiente terrestre, ma
anche e soprattutto per uscire dalla miseria psichica e morale degli uomini
contemporanei”. (Castoriadis, 1996, p. 96).
Non c'è dubbio che questo cambiamento radicale delle mentalità
si produce in maniera invisibile, dentro le pieghe della nostra ipermodernità.
Intanto, mentre si lavora a questo cambiamento, sarebbe auspicabile trovare
strumenti di difesa alle minacce più gravi. Il problema è
che la maggior parte delle soluzioni concepibili avrebbero buone possibilità
di riuscita solo se si fosse già verificata quella diseconomizzazione
degli spiriti che ne è la conseguenza.
Risolvere questa quadratura del cerchio è con ogni probabilità
la più grande sfida con la quale si deve confrontare il pensiero
critico contemporaneo. La difficoltà è accentuata dal fatto
che la maggior parte dei problemi locali attuali, come i danni all'ambiente,
sono conseguenze del sistema mondiale. Si possono trovare soluzioni solo
con un'azione condotta a livello globale.
Stando così le cose, si tratta di trovare, nello stesso tempo,
soluzioni locali a problemi globali e soluzioni globali a problemi locali.
Le proposte di riforma devono essere sufficientemente realistiche per
ottenere il consenso dei nostri concittadini ed imporsi con il loro “buon
senso”, senza apparire inaccettabili ad un certo modo di vivere
e di pensare.
Visto che sembra impossibile nel mondo attuale fare a meno del mercato
e della concorrenza, è importante precisare alcune regole ed alcuni
limiti, sviluppare dei contrappesi perché siano più “equi”,
in altri termini tentare di modificare “le regole del gioco”
nell'impossibilità o nell'attesa di poter giocare a un altro gioco,
o persino di poter rifiutare di giocare.
I nostri governi non fanno che ripeterci che siamo coinvolti in una guerra
economica senza pietà, che dobbiamo tirare la cinghia ed imporre
a noi stessi dei piani d'adeguamento strutturale così come li imponiamo
ai popoli del Sud, e questo allo scopo di guadagnare quote di mercato.
Non è che dobbiamo dire ai nostri governi, con tutti i mezzi disponibili,
che siamo decisi a resistere a questa emulazione masochista nell'austerità
e che non ci offriamo come volontari per quest'offensiva militare?economica?
La grande maggioranza dei nostri concittadini vuole la pace economica
così come vuole la pace civile e sociale. Desiderano vivere in
pace e in sintonia con gli altri uomini ed anche con la natura, anche
se bisogna, per questo, rinunciare a conquistare quote di mercato (a discapito
degli altri e della natura). Questo programma di guerra alla guerra economica
ad oltranza e di dichiarazione di pace è suscettibile di un vasto
consenso. Implica una serie di azioni concrete di cui si può abbozzare
un elenco non esaustivo.
Ho ritenuto di individuare otto misure.
1) Rimettere in discussione la tirannia dei mercati finanziari ed anche
la perversione degli interessi passivi sul debito pubblico. Questi ultimi
rappresentano ormai circa il 20 % delle spese in bilancio e tra il 3 ed
il 5 % del PIL (Prodotto Interno Lordo) nei principali paesi industrializzati,
a discapito degli altri redditi, ma costituiscono soprattutto il fondamento
di un'insopportabile dittatura dei creditori. Il processo di dominazione
dei mercati finanziari può e deve essere abbattuto limitando e
controllando ciò che in francese chiamano le tre «d»
diaboliche: deregolamentazione, desintermediazione, ossia soppressione
dell'intermediazione, dischiusura, ossia abbattimento delle barriere.
Dobbiamo rimettere in discussione il carattere sacrosanto del debito pubblico
che costituisce una delle basi del dominio della finanza, regolando il
funzionamento dei fondi pensionistici, riducendo l'autonomia della sfera
finanziaria, se non altro per scongiurare i rischi sistemici.
Contrariamente alla logica dominante, l'adozione della tassa sulle transazioni
finanziarie proposta dall'economista keynesiano, James Tobin, sarebbe
una misura riformista di “benessere” pubblico mondiale. Anche
con un tasso molto basso dello 0,2 o dello 0,5 %, dovrebbe rendere dai
150 ai 500 miliardi di dollari visto l'enorme volume delle transazioni
finanziarie (più di 150.000 miliardi di dollari). Il prodotto di
questa tassa, che avrebbe un ruolo (modesto) di freno alla speculazione,
permetterebbe di alimentare un fondo mondiale per lottare contro questa
stessa speculazione, di finanziare spese di protezione dell'ambiente e
di lottare contro le situazioni di estrema povertà. In mancanza
di un accoglimento mondiale, una tale misura potrebbe essere pensata a
livello europeo. Ma i ministri delle finanze non ne vogliono nemmeno sentire
parlare.
2) Combattere il mercato mondiale, in quanto “tutto?mercato”.
Quest'ultimo è il principale responsabile della distruzione del
pianeta. La dittatura del catechismo del pensiero unico e del suo clero
è tale che sembra vergognoso e addirittura reazionario trarne le
conseguenze e raccomandare una protezione ragionevole. Questo protezionismo
dichiarato non andrebbe ? certo ? contro i paesi sottosviluppati, ma servirebbe
a liberare gli uni e gli altri dal “tiro al bersaglio” della
mondializzazione. Essendo il clima attuale di competizione senza regole,
suicida per tutti e disastroso per gli ecosistemi, parrebbe sano ed adeguato
alzare delle barriere a livello europeo per la protezione sociale e per
quella dell'ambiente. In altre parole, è necessario riabilitare
un protezionismo selettivo di fronte all'impero indecente dello sfrenato
libero scambio. Una popolazione non può vivere dignitosamente se
non produce, almeno in parte, anche con difetti, i prodotti di cui ha
un bisogno essenziale. Ridurre alla miseria e alla disperazione intere
regioni, con tutto il seguito di drammi familiari ed individuali che questo
implica, in nome di un calcolo economico ottuso che non tiene conto né
dei patrimoni organizzativi e culturali acquisiti né dell'impatto
ambientale, è irragionevole e spesso criminale. La cosa più
straordinaria è che il regno dell'integralismo liberale obbliga
a enunciare tali evidenze ...
3) Rimettere in discussione l'estensione senza limiti e a tutti i settori
della vita della mercificazione e determinare democraticamente il livello
auspicabile di internazionalizzazione dell’economia. Il gioco del
“chi conta meno socialmente” (chi offre i salari più
bassi e i costi sociali più bassi) è inaccettabile. La concorrenza
non dovrebbe poggiare sul prezzo del lavoro e quindi sulla vita degli
uomini. Non si può accettare di ridurre i costi mettendo i lavoratori
in concorrenza per costringerli ad accettare stipendi sempre inferiori
a un tenore di vita decente. Se è giusto organizzare alcuni mercati
di beni e servizi, è ancora più giusto organizzare questa
non concorrenza tra gli uomini, riducendo per esempio gli orari di lavoro
affinché tutti quelli che lo desiderano possano trovare un lavoro.
La teoria economica della flessibilità assoluta degli stipendi
e della disoccupazione volontaria è un'impostura. E' perfettamente
naturale giungere ad una demercificazione della forza lavoro e difendere
le soglie minime di stipendi decenti. Un passo in più sarebbe,
nel caso della Francia, far evolvere il “reddito minimo di inserimento”
(RMI) o i suoi equivalenti verso un vero reddito di cittadinanza, separando
così il reddito dall'obbligo di lavorare. L'abbandono di ogni condizionamento
sarebbe una vera rivoluzione culturale. Tutto ciò vale a livello
nazionale, europeo e mondiale.
Oltre a queste misure, converrebbe forse proporre l'instaurazione di
un reddito massimo, per affermare simbolicamente e concretamente ? in
una democrazia restaurata ? un limite a ciò che i greci chiamavano
“hybris”, cioè alla “dismisura”. Estranea,
come categoria etica, al nostro immaginario economico, questa misura non
è priva di rapporto con il concetto di ostracismo della democrazia
ateniese: in Atene l’hybris veniva punita con l'esilio. Un solo
individuo che guadagna in una notte un miliardo di dollari, ossia circa
dieci milioni di anni di lavoro di uno che percepisce il salario minimo,
che in un anno guadagna più del prodotto interno lordo di quarantadue
paesi e che prende tanto quanto il gigante McDonald con 170.000 stipendiati
(è il caso estremo del finanziere filantropo George Soros), può
essere concittadino di quegli stessi stipendiati o di quanti ricevono
un salario minimo? Secondo Christopher Dodd, ex presidente del partito
democratico: “Che siate Bill Gates, l'uomo più ricco d'America,
o qualcuno che è disoccupato, il vostro voto vale allo stesso modo”.
Chi può credere ancora a tali dichiarazioni quando vediamo il gioco
delle lobbies decidere delle leggi? Ci può essere una democrazia
senza un minimo di uguaglianza delle condizioni, comprese quelle economiche?
Se il “molto ricco” non si sente in debito nei confronti del
“molto povero”, non c'è più legame sociale.
4) Imporre dei “codici di buona condotta” alle imprese multinazionali
e lottare ? se siamo ancora in tempo ? perché siano smantellate.
L'iniziativa “Vestiti libertà”, un gruppo di ONG che
esige da parte dei fabbricanti di vestiti delle dichiarazioni sulle condizioni
di lavoro nei paesi del Sud ? pena il boicottaggio ? è un buon
esempio in questa direzione. Disgraziatamente, il primo gesto dell'attuale
segretario generale dell’ONU, è stato di porre fine alle
attività del Centro sulle multinazionali, incaricato di elaborare
quei famosi codici di buona condotta. Questa scelta di abbandonare definitivamente
la ricerca di una regolamentazione mondiale è, purtroppo, significativa.
5) Aiutare l'autorganizzazione degli esclusi, degli emarginati degli
informali del Sud e del Nord, astenendosi dal distruggerli con la repressione,
il racket o la normalizzazione. L'autolimitazione delle nostre economie
predatrici è la condizione per una rinascita e una buona vita delle
popolazioni del Sud. Le occasioni non mancano. Sopprimendo il saccheggio
dei fondi marini sulle coste dell'Africa, la si aiuterebbe di più
che inviando aiuti alimentari. Si assicurerebbe la sopravvivenza dei pescatori
tradizionali e si garantirebbe un approvvigionamento regolare di pesce.
La fine del saccheggio sconsiderato delle foreste tropicali ed equatoriali,
disastroso per l'ambiente, potrebbe essere negoziata con garanzie di risorse
per l'esportazione, pagando la legna esotica a un prezzo decente. Incoraggiare
le società ecologicamente valide è, comunque, preferibile
all'inganno dello sviluppo sostenibile (o, come diciamo in francese, durevole).
6) Esigere che gli oltraggi all'ambiente, e in particolare le mutazioni
genetiche, le aggressioni nei confronti delle altre specie viventi (dai
sacrifici di animali all'erosione della biodiversità), siano discussi
democraticamente e decisi da organizzazioni rappresentative e non dalla
mano invisibile del mercato, o dai poteri tecno?scientifici della “megamacchina”.
Anche se il principio di cautela non è applicabile alla lettera,
deve fornire un orientamento per una decisione ragionevole.
7) L'integrazione del progresso tecnologico dovrebbe essere accettata
solo a condizione di non colpire né l'ambiente, né l'occupazione,
e dovrebbe tradursi, invece, in una diminuzione dell'orario di lavoro,
un aumento delle remunerazioni e un miglioramento della qualità
della vita. I codici di buona condotta delle aziende dovrebbero garantire
tutto ciò e si potrebbe, inoltre, creare un organismo di controllo
internazionale.
8) Né il corpo, né la terra, né i beni ambientali,
né i beni culturali dovrebbero essere normalmente considerati delle
merci come le altre, visto che riguardano l'uomo, la sua vita, la sua
cultura e i suoi legami. Senza essere vietate, le transazioni che riguardano
questi beni dovrebbero essere regolamentate in ambito locale, regionale,
nazionale e internazionale sulla base di un ampio dibattito democratico
e non da comitati di “garanti” o di esperti; questi ultimi
sono, infatti, solo degli alibi quando non rappresentano gli interessi
stessi delle aziende sovranazionali coinvolte, come successe per l'elaborazione
del codex alimentarius, cioè il “codice di buona condotta”
per le imprese del settore alimentare, che serve come riferimento all’OMC
(Organizzazione Mondiale del Commercio), o come successe anche per la
regolamentazione dei diritti della proprietà intellettuale nell'ambito
delle negoziazioni dell'Uruguay round. Non dovrebbe essere ammesso che
delle popolazioni, delle collettività, siano costrette dalle “leggi
del mercato” ad essere spogliate delle loro terre, delle loro risorse
naturali, né tanto meno a vendere i propri membri, interi o a pezzi,
come spesso succede oggi.
Alla fine, però, è inevitabile che queste proposte, se
vengono separate dalla loro dinamica, portino al rischio del volontarismo
utopistico. L'importante non è tanto nel dettaglio delle misure
concrete, quanto nel manifestare una chiara volontà di resistenza
ai “nuovi padroni del mondo”. Di fronte alla “megamacchina”
anonima e senza volto, ma i cui rappresentanti sono conosciuti, diventa
urgente costruire dei contro?poteri, imporre delle regolamentazioni, trovare
dei compromessi. E prima di tutto a livello europeo. L'Europa, anche se
costruita o gestita da governi socialisti, dal trattato di Roma, è
sempre stata una struttura liberistica, persino ultra?liberistica, dominata
dalla logica economica e ormai da quella dei mercati finanziari. Per questo
fatto viene guidata dalle Banche Centrali (in particolare dalla Bundesbank),
dalle lobbies delle aziende sovranazionali e dai tecnocrati di Bruxelles.
Ci sarà, quindi, un'Europa sociale e civile solo se le forze vive
e i movimenti efficaci la imporranno. La parola d'ordine di fronte ai
pericoli della mondializzazione contemporanea potrebbe quindi essere “resistenza
e dissidenza”. Resistenza e dissidenza con la testa ma anche con
i piedi. Resistenza e dissidenza come atteggiamento mentale di rifiuto,
come igiene di vita: rifiuto della complicità e della collaborazione,
rifiuto di diventare complici di questa impresa che produce perdita di
sé e distruzione planetaria. Resistenza e dissidenza come atteggiamento
concreto di ogni forma di autorganizzazione alternativa. Per esempio,
i sistemi di scambio locale, LETS (Local Exchange Trade System) nei paesi
anglosassoni o SEL (Système Echanges Locaux) da noi in Francia,
le Banche del Tempo, le imprese e le reti alternative del commercio equo
e della finanza etica, le economie informali del Sud del mondo, testimoniano
di questa creatività degli esclusi. Per quanto modeste siano queste
esperienze, sono portatrici di speranza. L'esplosione dei SEL in Francia,
che nell'arco di 2 anni sono passati da 2 a più di 250 (fine ’97),
e a oggi 400, rivela l'impatto della dissidenza. L'antica questione di
Aristotele su quello che dovrebbe essere un rapporto di scambio giusto
nel seno di una comunità trova una risposta concreta in queste
nuove collettività emergenti. Tali esperienze, oltre a rappresentare
il modello per una soluzione locale al problema globale della crisi, costituiscono
anche uno straordinario laboratorio di ricostruzione del legame sociale,
a partire dalle sue fondamenta.
Resistenza e dissidenza sono anche la condizione per poter limitare le
devastazioni dell'omologazione planetaria e dell'occidentalizzazione del
mondo.
Risposte del Relatore agli interventi
· All’intervento sul ruolo delle cooperative sociali
nell’attuale sistema economico, Serge Latouche risponde:
La questione è molto interessante perché nella storia c’è
già una esperienza di più di un secolo delle cooperative
e in Francia siamo in questo momento alla scomparsa delle ultime cooperative
perché queste organizzazioni, che sono nello spirito originale
alternative, sono cadute nella trappola del pensiero unico, ciò
significa che hanno creduto di dover fare la prova della loro razionalità
economica, sono entrate nella logica dell’avversario, invece di
cambiare il mondo, di decolonizzare l’immaginario e di creare a
poco a poco un tessuto sociale più allargato, hanno voluto entrare
in concorrenza con il settore normale. Allora due soluzioni: o non sono
riuscite e sono sparite come organizzazioni diverse, come le mutue di
credito che sono delle banche come le altre, o sono fallite perché
non erano capaci di sostenere la concorrenza.
Allora oppongo la logica per la gestione alternativa, la logica che chiamo
“della nicchia”, alla logica del settore del mercato.
La logica della nicchia consiste nel trovare un terreno favorevole con
delle alleanze tra associazioni, tra tutte le organizzazioni alternative
e a poco a poco creare una società alternativa. Ma per questo è
necessario avere come scopo finale un’altra società, lo scopo
non è di trovare il proprio luogo, il proprio posto nella società
economica perché questa società è imperialista, ma
di rafforzare, di allargare la nicchia a poco a poco, è questo
che io chiamo la strategia della dissidenza.
· Commento del relatore al secondo intervento sul rischio
di un volontarismo utopistico di fronte all’attuale realtà.
Nel mio ultimo libro “L’altra Africa, tra dono e mercato”
vi è una analisi, una via alternativa, che non è volontaristica,
ma storica, è in questo senso che gli esclusi dell’Africa
i milioni di emarginati che vivono nelle periferie delle grandi città
dell’Africa, sopravvivono. Questo è il miracolo al quale
i miei colleghi economisti non hanno abbastanza pensato e non possono
pensare perché per loro è una cosa impossibile, il Prodotto
Interno Lordo (PIL) di tutta l’Africa sub-sahariana è meno
del 2% del prodotto mondiale, che è la fortuna dei 15 uomini più
ricchi del mondo, 15 per tutta l’Africa nera che conta 6-700 milioni
di abitanti, ed è pari al PIL del Belgio.
Come è possibile vivere per 6-700 milioni di abitanti? Non soltanto
vivere ma, se qualcuno è andato nelle periferie dell’Africa,
ha visto che ci sono momenti di festa, c’è una gioia di vivere,
come è possibile fabbricare della gioia di vivere con meno del
2%?
Normalmente in tutte le logiche economiche questo è impossibile.
C’è un miracolo e il miracolo è che essi hanno inventato,
per forza, una via alternativa, questa via alternativa è la solidarietà,
ma la solidarietà che, con l’inserimento della tecnica e
della economia nel sociale, è la riscoperta di fatto che l’uomo
non vive nella economia, ma vive prima di tutto nel sociale.
Allora penso sia molto interessante che ascoltiate questa lezione dell’altra
Africa, di questa Africa delle periferie, perché non hanno scelto
questa via, ma questa via dimostra l’importanza della logica sociale
in rapporto alla logica economica.
· Osservazioni all’intervento su ruolo dei mass-media,
nella società di oggi, nel controllo del potere in rapporto alla
politica e alla creazione del consenso
Non ci sono rimedi mirati, i rimedi sono i medesimi per contrapporsi
al potere dell’informazione, dei mezzi di comunicazione; non c’è
una soluzione, la soluzione è un miracolo, è un gran problema.
Voglio ribadire la questione attuale che esiste in Francia, della fusione
della grande distribuzione, problema molto importante perché oggi
la grande distribuzione impone la propria legge ai produttori e ai consumatori;
nei confronti di questa fusione tra le due più grandi catene di
distribuzione francesi, che costituirebbero il secondo gruppo mondiale
immediatamente dietro il gigante americano, il governo italiano ha avuto
una reazione tipica del contesto attuale, perché ha percepito il
pericolo per l’Italia di questa alleanza, alleanza che ha chiaramente
una strategia imperialista verso l’Italia.
L’Italia era in una situazione unica: l’unico paese dove c’è
ancora un tessuto importante in molte città medie come Cremona,
di piccole botteghe, di piccoli commerci, di piccole imprese. E questo
è, a mio parere, un elemento importante per guardare le città
viventi, per conservare un’anima nelle città, perché
le città non sono come le città inglesi che sono delle città
morte.
La reazione del governo italiano è stata tipica: si è detto
che se c’è un pericolo, allora per far fronte a questo pericolo
conviene modificare la legge che ostacola lo sviluppo del supermercato
in Italia per permettere che si sviluppino dei supermercati italiani per
controbattere la fusione francese. E questo è abbandonare completamente
la differenza della situazione italiana; è, nella mia opinione,
una capitolazione davanti alla emozione mondiale che considera questo
come una fatalità. Io penso che dobbiamo lottare contro questo
spirito di capitolazione, di abbandono.
· Come operare a favore di una effettiva decolonizzazione
dell’immaginario contrastando il paradigma occidentale come unico
paradigma?
La decolonizzazione dell’immaginario, come ha detto anche Cornelius
Castoriadis, è una necessità ecologista, una necessità
per la sopravvivenza dell’umanità, ma è una cosa che
fondamentalmente non si strumentalizza, è un processo storico,
è possibile spiegare in che cosa consiste: consiste nel riscoprire
che la ricchezza della vita non si trova necessariamente nell’economia;
durante i millenni l’umanità non ha pensato la sua esistenza
nell’economia, ha pensato che ciò che era importante era
la religione, era l’estetica, era la famiglia, non si parlava di
economia. C’è un proverbio francese che mi piace molto, che
dice: quando uno ha un martello nella testa tutti i problemi si presentano
sotto la forma di chiodi. Noi uomini moderni abbiamo nella testa un martello
che si chiama economia, e la questione economica è al centro della
nostra vita.
Prendere coscienza che altre società non hanno questo martello
nella testa è già una cosa importante, si deve prendere
coscienza che è importante fare uscire questo martello dalla testa
ma non è possibile deciderlo. Nel vertice sulla terra di Rio ’92
il segretario americano dell’ambiente ha detto che per il meglio
o per il peggio gli americani sono sposati con le loro macchine. Quasi
tutti i problemi dell’ambiente direttamente o indirettamente vengono
da questo matrimonio con la macchina, allora forse dobbiamo sognare il
divorzio dalla macchina, perché la macchina è una moglie
insopportabile; decolonizzare l’immaginario concretamente significa
cambiare il modo di vita, come dice il rapporto dal titolo “Per
un futuro sostenibile” del Wuppertal Institut consumare meno per
vivere meglio è una cosa possibile, ma questo presuppone un cambiamento
fondamentale. Allora questo cambiamento si produce a poco a poco, per
esempio è interessante osservare in Francia il cambiamento di comportamento
e di mentalità del francese: dopo il dramma della mucca pazza,
il francese consuma meno carne di mucca.
La conseguenza è che quando l’Europa ha voluto introdurre
i semi transgenici ha incontrato una rivolta, un rifiuto e questo già
traduce un cambiamento di comportamento. Allora credo che questo sistema
nel quale viviamo produca delle catastrofi, ma a ciascuna catastrofe c’è
gente che prende coscienza che viviamo in un sistema pericoloso, ciò
provoca dei cambiamenti mentali, dei cambiamenti di comportamento, è
così che si fa la decolonizzazione dell’immaginario, sarebbe
auspicabile che questo processo si accelerasse maggiormente, ma è
impossibile decidere che domani il nostro immaginario non sia più
così, ma è auspicabile; siamo qui per lavorare in questo
senso, per dire che si deve evolvere in questo senso, ma anche per me
è difficile “divorziare dalla macchina”.
Un economista francese, ormai scomparso, che era un po’ un profeta
dell’alternativa, in un suo libro ha presentato una parabola che
mi pare interessante. Egli scrive: i vecchi egiziani erano diventati degli
esperti incredibili nella costruzione delle piramidi, avevano acquisito
una competenza che ancora oggi non riusciamo a capire completamente, ma
sapere fare delle piramidi per noi non ha nessun interesse, ma per loro
sì, perché loro avevano la piramide nella testa, noi abbiamo
l’economia. L’umanità è riuscita a far uscire
la piramide dalla testa, dovrebbe riuscire anche a far uscire l’economia
dalla testa.
Intervista a Radio
Cittanova del 13/09/99
q Qual è il concetto di globalizzazione nel mondo odierno?
La parola globalizzazione è una parola anglosassone per designare
la mondializzazione. Di fatto la mondializzazione è una cosa vecchia,
tanto vecchia quanto il capitalismo. Allora che cosa è nuovo? La
ragione per cui si parla di globalizzazione smitizzata è perché
la credenza che la novità sia la globalizzazione è una mistificazione,
quello che è nuovo è l’estensione del tutto nel mercato,
l’omnimercificazione del mondo, questa è la novità
ed è anche la ragione perché questo processo di mercificazione
di tutto è molto pericolosa per l’umanità.
q A quando potremmo far risalire l’origine del concetto
di globalizzazione?
Il concetto di globalizzazione sembra sia stato utilizzato nel mondo
dei media e della pubblicità: in particolare, all’origine
c’era l’idea che la pubblicità non si dovesse adattare
alle differenti culture, ma che essa portasse in sé una cultura
globale, come McDonald, la Coca-Cola; la McDonaldizzazione, come si dice,
e la Cocacolizzazione del mondo è molto significativa di questo
processo di unificazione, di omologazione planetaria.
q Questo concetto di globalizzazione che abbiamo nella società
odierna può intendersi come una sorta di cesarismo moderno?
La parola cesarismo è molto italiana, in francese non ha molto
senso, ma è una forma di imperialismo culturale, specialmente di
origine americana, ma non solo, è l’imperialismo di una macchina
anonima, che ho chiamato in un libro la “megamacchina”, c’è
questo processo di trasformazione di tutto il mondo che trasforma gli
uomini come ingranaggi di una mostruosa macchina.
q Di fronte a questo, il tentativo di smitizzare la globalizzazione
come è possibile, e quali prospettive apre?
Smitizzare la globalizzazione è denunciare la verità di
questo processo e anche resistere come fanno in questo momento in Francia
i sindacati degli agricoltori che rifiutano i McDonald e la trasformazione
della alimentazione con i semi transgenici, come tutta l’industrializzazione
eccessiva della agricoltura.
Ma anche denunciare come questo processo generi delle disuguaglianze fantastiche,
si pensi che i 12 uomini più ricchi del mondo hanno un patrimonio
superiore al Prodotto Interno Lordo di tutta l’Africa nera, è
una cosa incredibile. Allora si sviluppa il sentimento della necessità
di una economia più giusta, di un rapporto di scambio tra gli uomini
più equo che traduca la solidarietà fondamentale dell’umanità.
In questo ambiente il movimento per un commercio equo e solidale è,
nella mia opinione, un pezzo importante, non il solo, perché è
un modo per permettere la sopravvivenza dei popoli, specialmente dei popoli
del Sud che sono i più esclusi da questo processo.
q Se le cose stanno così, i nuovi padroni del mondo, come
potremmo definirli, guarderanno senz’altro con un certo timore o
comunque con preoccupazione nei confronti di questa nuova iniziativa del
mercato equo e solidale?
Per il momento il commercio equo e solidale rappresenta una piccolissima
parte del commercio mondiale. Ma penso che se questa iniziativa è
collegata con altre iniziative, come le banche del tempo, come tutte le
lotte dei contadini contro le negoziazioni del GAT che vanno a svilupparsi
a Seattle, tutta la lotta contro l'Accordo Multilaterale sugli Investimenti,
tutti insieme rappresentano una forza potenziale che non è trascurabile.
q Sentiamo Daniela Negri su quanto accade nell’ambito cremonese
dove il mercato equo e solidale è già una realtà
attraverso la bottega presente sul territorio cittadino. Perché
questa scelta e cosa ha motivato la decisione di realizzare questa realtà
anche a livello cremonese?
Come ha detto il professor Latouche, il commercio equo è uno dei
tasselli che si pongono in questa vasta rete di solidarietà internazionale,
accanto alla finanza etica, accanto alla esperienza del microcredito,
accanto cioè a quel mondo anche del volontariato e della cooperazione
sociale e internazionale che si pone a fianco dei “naufraghi del
pianeta”, per ricordare uno dei titoli di un saggio pubblicato in
italiano dal professor Latouche. La volontà è proprio quella
di sensibilizzare e di formare l’opinione pubblica, dichiarando
che le leggi del mercato non sono leggi naturali, che non è corretto
pensare in un’unica direzione al primato e alla logica del profitto,
al primato dell’economia sulla politica ad esempio, e questa sensibilizzazione
passa attraverso interventi come la conferenza di questa sera, il convegno
della cooperativa, il Corso sulle economie alternative, che sarà
alla sua IV° edizione il prossimo ottobre, passa anche attraverso
la presenza dei prodotti, prodotti di uso quotidiano, come thè,
caffè, zucchero, miele, che danno la possibilità a contadini
e artigiani del sud del mondo di vivere in maniera dignitosa e di ottenere
il giusto salario per il loro lavoro.
q Possiamo ricordare dove, a Cremona, si possono trovare questi
prodotti?
Il punto vendita è a Cremona in corso Matteotti, 40 ed è
la bottega del mondo per la città di Cremona, ma ci sono altri
negozi in Cremona che ospitano nostri prodotti, sono negozi del biologico,
come “C’era una volta”, “La Magiostra”,
ci sono punti vendita in provincia, accanto all’altra cooperativa
che è “La Siembra” di Crema, c’è un punto
vendita al mercato settimanale di Casalmaggiore e questi prodotti stanno
entrando anche presso i circoli ACLI, presso gli oratori, c’è
una mobilitazione che si concretizzerà anche con la presenza nella
nostra provincia di rappresentanti di Transfair Italia, organizzazione
impegnata sul fronte della produzione dei palloni etici, palloni ad alta
dignità contro lo sfruttamento del lavoro minorile in Pakistan.
E’ una iniziativa che ci vede impegnati come Coop. Nonsolonoi, accanto
ad altre forze partecipi del Coordinamento provinciale per la pace e i
diritti umani, per stabilire un contatto con il mondo sportivo, ad esempio
il C.S.I. qui a Cremona si è impegnato, già anche l’anno
scorso, come pure Radio Cittanova, nella realizzazione di giornate di
sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questo problema. Ricordiamo
che dietro al mondo sportivo le grandi multinazionali come Nike, Reebock,
Diadora, Adidas, hanno alle loro spalle lavoratori mal pagati e spesso
bambini sfruttati.
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BIBLIOGRAFIA
Saggi di Serge Latouche pubblicati in italiano:
- L’Occidentalizzazione del mondo, ed. Bollati Boringhieri, Torino
1992;
- Il pianeta dei naufraghi, ed. Bollati Boringhieri, Torino 1993;
- La Megamacchina, ed. Bollati Boringhieri, Torino 1995
- “Appello al dibattito per una politica economica e sociale innovatrice”
– Manifesto del Movimento anti-utilitarista nelle scienze sociali
– apparso sul “Manifesto” del 27/10/1996 (supplemento
di “Le Monde” 28/6/95);
- L’altra Africa – Tra dono e mercato, ed Bollati Boringhieri,
Torino 1997;
- L’economia svelata – Dal bilancio familiare alla globalizzazione
– a cura di S. Latouche, ed. Dedalo, Bari 1997;
- Il Mondo ridotto a mercato, ed. Lavoro, Roma 1998 (2° ed.);
- Il pianeta uniforme, ed. Paravia, Torino;
- I profeti sconfessati, ed. La Meridiana, Bari;
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SOMMARIO
PRESENTAZIONE
RELAZIONE:
I L'economicizzazione
del mondo
II Far fronte
ai pericoli del mercato mondiale
Risposte del Relatore agli
interventi
Intervista a Radio
Cittanova del 13/09/99
BIBLIOGRAFIA
Attenzione:
il testo non sono stati rivisti dai relatori.
Sbobinamento e trascrizione digitale a cura di
Ave Mainardi
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